Corriere della Sera
11.03.1998
OPERA: In scena a Trieste la partitura di Massenet. Il direttore Guingal punta troppo sugli effetti orchestrali.
Delle sua «Manon», per differenziarla de quelle di Massenet, Puccini dicerva d'averla fatta all'italiana, «con passione disperata». A un secolo di distanza le prospettive cambiano, e oggi la partitura di Puccini ci sembra un prodigio non solo per la forza drammatica, ma per il raffinatissimo esercizio di stile intorno all'ambientazione settecentesca (un Settecento già fané, dissolto in aerei profumi, raggiunto dallo stanco occhio della malinconia); mentre la «Manon» di Massenet, insieme con tutti i suoi rosolii e merletti e carroze e mouches ornamentali, contiene pure un veleno mortifero. La dimensione tragica, in Massenet è raggiunta attraverso una sensualita esacerbata come se l'abbraccio degli amanti, Manon e Des Grieux diligante in melodie di erotismo persino imbarazzante, sia a propria volta racchiuso da una spira setosa e soffocante. Questa spira è l'orchestra de Massenet, che richiede da chi la diriga una superiore cognizione: non solo delle cose dette a voce spiegata ma delle cose sussurrate, delle invisibili perfidie contenute nella scrittura instrumentale. A Trieste, dove l'opera è ora messa in scena con efficace nettezza illustrativa da Ivan Stefanutti (cui pero rimproveriamo una definizione sommaria dei caratteri) il direttore Alain Guingal sembra non avere il minimo sospetto di ciò. Egli ottiene una coesione e un passo teatrale ammirabili, ma la sua concertazione è sommaria quanto alle zone più segrete dell'opera. Se la «Manon» fosse un campionario di effetti orchestrali e un fiotto di melodie «cuore in mano», perché mai dovremmo ancora ascoltarla? In più, Guingal mostra la mano pesante: volume troppo forte, e una pasta sonora simile a quei dolci oleos che si vendono sulle bancarelle dei mercanti in Medio Oriente. Ne soffrono i cantanti, pure eccellenti nelle parti principali: Danielle Streiff è una Manon incontevole, dal timbro de voce elegantissimo e personale; perfetta come «diseuse», raffinata e introversa quando il personaggio lo richiede, svettante e forte negli acuti, capace di un'autentica dimensione tragica nel finale. In più, è una bellissima donna e domina il palcoscenico. Vicino a lei Gregory Kunde conferma, anche laddove la voce sia un po'ingolata, una musicalità di prima sfera.
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